Capitolo 2

La lezione di prova è fra mezz'ora e io non sono affatto agitata. So che la parte più importante del ballo è il carattere; e io ne ho da vendere. Se la gente mi nota quando cammino per strada, di sicuro mi noterà mentre ballo. Ho già in mente come vestirmi, come truccarmi, che orecchini indossare e con che atteggiamento muovermi. Mi adoreranno.

Arrivo in palestra e seguo la ragazza davanti a me per il riscaldamento. E nessuno i ha ancora fatto i complimenti per i leggings di Pink? Ok. Iniziamo una coreografia e io mi accorgo di non riuscire a starci dietro. Il ritmo è veloce, e io sono veloce a dimenticarmi i passi. Quando me li ricordo, non riesco a marcarli. Quando me li ricordo e li marco, mi perdo il resto perché mi metto a pensare a quanto sono brava. Sbagliare è frustrante, ma mi consolo sapendo che ho sempre un'opportunità per riprovarci. Cerco di imitare le altre, ma è impossibile: riesco ad azzeccare qualcosa solo guardandomi allo specchio. Per il resto, evito di dare fastidio chiedendo spiegazioni. Quella Nuova rimane dietro e fa fatica, come hanno fatto Quelle Che Spaccano prima di imparare a spaccare. O forse sono io che mi faccio paranoie.

Riproviamo la coreografia un'ultima volta tutte insieme e finalmente riesco a farla tutta. Magari non l'ho fatta bene, ma l'ho fatta. Ovvio che le altre sono più cariche, più graziose, più precise; ma io l'ho fatta. Qui, finché non mi impegno e non raggiungo qualcosa di importante, non valgo né tremila, né duemilaottocento, né due. Del resto, non conosco nessuno e non piaccio a nessun ragazzo; e se spreco il mio tempo dietro a quelle cose non avrò mai l'energia sufficiente per ballare. Forse devo ancora rivalutare cosa voglia dire "valere qualcosa", ma in un'ora ho imparato che richiede impegno e tempo. E' già un passo in avanti. Del resto, ho passato una vita a pensare che ciò che i numeri definissero la ricchezza, la fama, il rispetto, le capacità... Ma con un milione di seguaci su Instagram ciò che ottengo sono i messaggi assetati dei sessantenni, come con un milione di kili di polenta otterrei solo la pellagra.

Finisce la lezione e io ho i muscoli a pezzi. Mia mamma mi aspetta fuori in macchina: esco e la raggiungo di fretta:

-Com'è andata?

-Bene, dai. Ho sbagliato quasi tutti i passi ma ballare è divertente.

-Vuoi continuare?

-Sì! Voglio diventare brava come le altre.

-Avrai tempo per lo studio?

-Ho sempre tempo per lo studio. E poi posso organizzarmi paccando la Noemi e la Carlotta, quando sono troppo impegnata.

-Conoscendoti, non so se saresti tanto disposta.

-Sì, invece. Anche loro hanno altri impegni.

-Mi fido?

-Ti fidi.

-Mhhh... Non so. Preferirei che facessi uno sport vero.

-Uno sport vero?

-Sì.

-Ballare non è uno sport. Da quello che ho capito oggi, ballare è un'arte che ti fa sudare, piuttosto che uno sport.

-"Un'arte che ti fa sudare" - ripete lei, ridendo.

-Sì!

-Muovere il culo davanti a uno specchio non è arte.

-Mamma io so già muovere il culo allo specchio: se si trattasse di quello, non andrei nemmeno a lezione.

-Quindi fai quello, invece di studiare.

-Non so che dirti, mamma. A me affascina vedere un gruppo di ragazze che si muovono alla stessa frequenza, che si aiutano a vicenda. E poi alcune sono davvero appassionate e mi piace come si guardano allo specchio mentre ballano.

-Mi sembra una cosa un po' spiccia da dire.

-Può essere. Ma di solito non trovo quella sensazione, mentre studio o quando esco in centro con i miei amici.

-Pff... Ok.

-Non ho voglia di discutere. Mi lasci ballare o no?

-Sì. Però se i tuoi risultati a scuola si abbassano di mezzo voto, hai finito.

-Perfetto.

-E poi voglio vedere cosa impari lì, dopo le lezioni. Non sia mai che io paghi per vedere mia figlia che balla nuda.

-Non sia mai. - rispondo io, ridendo.